La nostra intervista a Fabrizio Arcuri.
A poco dall’inizio della 78a edizione dell’Estate Teatrale Veronese (H) Earth of Glass, abbiamo intervistato il suo direttore artistico Fabrizio Arcuri, con lui un dialogo su contemporaneità, tradizione ed internazionalità.
La rassegna quest’anno si chiama (H)Earth of Glass, cosa si vuole comunicare con questo titolo?
L’elemento naturale di questa edizione è la terra, qui mostrata anche nelle sue criticità, tra cui inquinamento e fragilità del nostro ecosistema. Un titolo che vuole essere anche ironico, richiamando la canzone di Blondie che parla di un cuore di vetro: un’immagine adatta perché la terra per noi è il cuore, l’unico pianeta che abbiamo, di cui prenderci cura. E il teatro è proprio un’arte che si prende cura di persone e comunità.
Punto centrale è l’incontro tra tradizione e contemporaneità. Da questo punto di vista come il Festival Shakespeariano, cuore pulsante dell’Estate Teatrale Veronese, apre al contemporaneo?
L’Estate Teatrale Veronese è un Festival multidisciplinare quindi già di per sé una realtà che si confronta con il contemporaneo; non un luogo dove si ricalca la tradizione ma un luogo che fa diventare la tradizione attuale. Tutti gli Shakespeare che ho scelto riportano i classici ad una convenzione attuale, come Romeo e Giulietta in the war di Stefano Massini che riscrive la trama come un dialogo tra Israele e Palestina; Otello di Gabriele Vacis con Lella Costa che porta in scena il femminicidio; Tito Andronico di Davide Sacco con Francesco Montanari, che racconta di una guerra fratricida per poter conquistare il potere: cosa c’è di più attuale?
Altro aspetto preponderante di questa rassegna è l’internazionalità, quali realtà sono state coinvolte e perché?
L’apertura spetta a Declan Donnellan, un maestro di regia internazionale che ha fatto delle messe in scena di Shakespeare un suo punto di forza. Ci sono poi tre compagnie di teatro danza che sono le più importanti a livello mondiale. I Peeping Tom, Yoann Bourgeois e i Momix, tutte realtà che sono in affinità tra loro, fatte di immaginari e illusioni ottiche che prendono forza.
A seguire i Rimini Protokoll, un collettivo teatrale tedesco che crea dispositivi di teatro partecipato e di comunità: nelle loro repliche in Piazza Bra il pubblico verrà dotato di cuffie con traccia audio in quattro lingue diverse.

Che cos’ è che rende davvero internazionale un festival oggi secondo lei?
Intanto la proposta di cui abbiamo già parlato, poi la forma. Ad esempio l’idea di un teatro urbano con dei dispositivi rivolti alla comunità, è una caratteristica molto comune all’estero. L’internazionalità è anche un aspetto di relazione e prospettiva da curare nel lungo termine. Penso che l’Estate Teatrale Veronese possa ambire a diventare un festival internazionale al pari di festival come quelli di Edimburgo e Avignone. Il tutto mantenendo viva la nostra identità, che offre un panorama variegato di riletture di Shakespeare, nazionali e internazionali, permettendo alle persone di vedere in anteprima spettacoli che sarebbero difficili da vedere altrove.
Riguardo invece il rapporto con il pubblico: a chi si vuole rivolgere la rassegna?
L’obiettivo è quello di allargare il pubblico. Ci sono spettacoli in rassegna, come Padre Cicogna di Eduardo De Filippo con Toni Servillo, adatti sia al target tradizionale del Teatro Romano che agli appassionati cinefili. Un giovane che vede uno Shakespeare in una di queste riletture avrà una chiave di accesso differente rispetto a chi ha visto gli Shakespeare più tradizionali. L’obiettivo è quelli di allargare il pubblico e non di preferirne una tipologia.
