Simone Cristicchi: il “mio” San Francesco

di Agnese Ceschi

La vita del celebre santo, maestro di vita, al Teatro Nuovo.

Franciscus, il rivoluzionario, l’estremista, l’innamorato della vita. Franciscus, il folle che parlava agli uccelli. Qual è la portata del suo messaggio oggi? Ce lo racconta Simone Cristicchi, cantautore e attore, che porta in scena uno spettacolo cantato dedicato al celebra santo al Teatro Nuovo dal 10 al 15 febbraio.

Come è nato uno spettacolo dedicato a San Francesco d’Assisi?

Dopo aver dedicato tanto tempo e progetti alla memoria, mi sono addentrato in questo universo pressoché sconfinato, infinito, della filosofia del pensiero umano e della spiritualità.
Mi sono chiesto, in questo frangente, a cosa servono i maestri. In questa società moderna sembra che abbiamo tutto a disposizione per vivere felicemente, ma ci dimentichiamo che sono esistite delle persone straordinarie i cui insegnamenti ci indicano delle strade, delle vie di saggezza con cui affrontare la nostra esperienza umana. Uno di questi è San Francesco d’Assisi.

Che cosa ci può insegnare oggi San Francesco?

Questo non è uno spettacolo che vuole raccontare la storiella del folle che parlava agli uccelli, ma è un modo per rendere San Francesco attuale nelle sue istanze, con il suo pensiero, con la sua scelta di vita così radicale.
Ecco che allora lo spettacolo diventa molto attuale, diventa un Francesco che cammina in mezzo a noi, nelle nostre città, nelle nostre metropoli e che con il suo esempio probabilmente riesce ancora oggi ad affascinarci.
Io credo che la cosa che lo rende così amato da tutti ancora oggi è che una parte di noi esseri umani vorrebbe tanto essere come lui.

Qual è il messaggio veramente rivoluzionario di Francesco?

Secondo me è il senso della responsabilità individuale. Francesco cambia il mondo nel momento in cui trasforma se stesso e le sue convinzioni. Lui nasce in una famiglia benestante, è figlio di un ricco mercante, si fa povero e si fa vicino agli ultimi. È un uomo principalmente d’azione, che agisce nella realtà. Qualsiasi nostra azione, qualsiasi pensiero e qualsiasi scelta che operiamo nella nostra quotidianità influenza il mondo. Nel bene e nel male.

In questo spettacolo c’è anche una contropartita, simbolo dei detrattori di Francesco, che è il personaggio di Cencio…

La figura di Cencio è un po’ il Bastian Contrario, è colui che diffida, che lo prende in giro, che smonta tutte le sue piccole rivoluzioni.
È quello che oggi potrebbe essere l’hater. Allo stesso tempo incarna tutti quei dubbi che sorgono sulla vita di un personaggio così estremo. Quando Francesco abbandona la sua famiglia, il suo benessere, il lavoro viene trattato all’inizio come un matto.

La musica: in che modo si inserisce all’interno di questo spettacolo?

La musica in questo spettacolo è protagonista per metà. Ci sono otto nuove canzoni scritte appositamente per lo spettacolo, come fosse un’opera. Poi ci sono le musiche arrangiate, prodotte e scritte da Tony Canto, con cui ho lavorato sulla scelta dei suoni e delle ambientazioni.
Sono sonorità che richiamano il mondo orientale: musica turca, armena, siriana.
Questo perché Francesco era un uomo ecumenico, che abbracciava il mondo, e ha avuto anche un’esperienza in Oriente.

Hai fatto scelte molto precise negli ultimi tempi, dedicandoti oltre alla musica anche al teatro. Cosa ti ha spinto?

Un evento preciso mi ha lasciato una scintilla a 16 anni: vedere Gigi Proietti a teatro. Tre ore di spettacolo che facevano ridere, piangere, vivere tutte le emozioni. Con esso anche lo spettacolo Il Vajont di Marco Paolini. Da lì è nato il mio modo di fare teatro civile, che ho arricchito con la musica.

Perché dovremmo venire a teatro a vedere Franciscus?

È lo spettacolo più completo che ho fatto, dove ho curato regia e sono attore in scena. Ma soprattutto è uno spettacolo che dà un senso di leggerezza e di speranza. E oggi ce n’è davvero bisogno.

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