Puccini, omaggio al padre del melodramma internazionale

di Francesca Saglimbeni

Nel centenario della morte di Giacomo Puccini, cui l’Arena Opera Festival dedica buona parte del cartellone 2024, portando in scena una terna di opere tra le più celebri del compositore lucchese (Turandot, congedatasi con la fine di giugno, La Bohème nel nuovo allestimento di Alfonso Signorini, la Tosca a firma di Hugo de Ana, presente con ben quattro recite agostane) corre l’obbligo di fare memoria del maestro anche attraverso un breve approfondimento sullo stile del “suo” melodramma, atto a fungere altresì da guida all’ascolto.

Per fare questo, il primo da consultare nel Gota dei musicologi è Michele Girardi, tra le altre cose Premio Puccini 2021 e autore di “Giacomo Puccini. L’arte internazionale di un musicista italiano”, dal quale apprendiamo che il compositore toscano fu a lungo considerato dalla critica italiana del suo tempo come il «rappresentante di una piccola borghesia desiderosa di identificarsi in un proprio sentimentalismo», e che il musicista «scontò dunque l’ostilità di una classe intellettuale pseudo-elitaria imbevuta di pregiudizi idealistici».

Ancora oggi la sua drammaturgia musicale risulta divisiva. Per comprenderlo e apprezzarlo fino in fondo occorre sempre entrare nel nucleo di quegli elementi (dall’orchestrazione alle tessiture dei suoi temi ricorrenti) che tutt’ora fanno dei suoi titoli operistici una musica in grado di generare profondo impatto emotivo nel pubblico di tutto il mondo.

Forse perché ad essere internazionale fin dalle origini è il suo stesso linguaggio musicale, che oltre a tradursi in una sintesi perfetta fra il melodramma della tradizione italiana, l’ultimo Verdi, il Verismo, risente delle innovazioni armoniche e orchestrali dell’Europa di inizio Novecento.
Cifra del compositore nato a Lucca nel 1858 e spentosi a Bruxelles nel 1924 è, inoltre, l’introspezione psicologica dei personaggi, in particolare di quelli femminili, che sulle orme della Violetta verdiana, subiscono un processo di intima evoluzione lungo tutto l’arco dell’opera.

Volendo soffermarci su Tosca, composta tra il 1896 e 1899 su libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica, rispetto ad altre opere pucciniana «la musica aderisce in maniera serratissima agli eventi, quasi mai fermandosi per prendere respiro, tanto che persino la povera cena di Scarpia all’inizio dell’atto centrale viene interrotta per lasciar spazio a interrogatori, torture sanguinose, tentati stupri e al delitto», scrive Girardi, in un altro saggio monografico dal titolo “Che lavoro d’orchestra e de’ violini”. «Il tutto s’intreccia a riferimenti e fatti storici realmente accaduti, che inscrivono Tosca di diritto nel filone del grand opéra, genere politico per eccellenza».

Una “piena di eventi” per descrivere la quale Puccini affida all’orchestra un ruolo da protagonista fianco dei cantanti. Una tecnica narrativa detta leitmotivica per alcuni critici riconducibile alla maniera sviluppata da Wagner, «il quale mandava in scena un reticolo di motivi che si snodava intorno ai nodi della trama potenziandola ulteriormente grazie alle ambivalenze semantiche del pentagramma».

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