Il design che da nuova vita a materiali e persone.
In un panorama in cui il design rischia spesso di confondersi con la produzione seriale e la mera estetica, Reverse rappresenta un’anomalia virtuosa. Fondata nel 2010 come associazione culturale e diventata impresa nel 2013, l’azienda veronese porta avanti una visione olistica di sostenibilità ambientale e sociale, con lo sguardo dell’architettura e le mani dell’artigianato.
Per Orizzonti sostenibili di questo mese abbiamo intervistato Federica Collato, co-fondatrice di Reverse, insieme a Nicola Gastaldo e Michele Pistaffa. Una realtà che progetta e realizza arredi e allestimenti su misura per aziende, partendo da un principio tanto semplice quanto radicale: produrre solo quando c’è una reale richiesta, nel rispetto dell’ambiente.
La materia prima come responsabilità
L’approccio di Reverse alla materia prima è rigoroso e creativo. Dal recupero dei bancali, con cui hanno mosso i primi passi, all’utilizzo di legno certificato FSC, ogni scelta è orientata a ridurre l’impatto ambientale e prolungare la vita dei prodotti. Non si tratta solo di materiali riciclati, ma di un processo progettuale che prevede la modularità e l’evoluzione nel tempo degli arredi, pensati per crescere insieme ai clienti.
È il caso dello stand realizzato per Maternatura, azienda che seguono dal 2018: lo stesso allestimento viene aggiornato e riutilizzato ogni anno, in un ciclo di manutenzione e trasformazione che racconta un nuovo modo di pensare lo spazio espositivo. In quest’ottica ciò che fa Reverse è puntare alla valorizzazione del prodotto esistente, non alla vendita di uno nuovo.

La sostenibilità sociale: il laboratorio in carcere
Ogni pezzo creato da Reverse, per fiere, uffici, spazi pubblici e privati, viene completamente pensato, progettato e sviluppato internamente. Ecco perché oltre al primo laboratorio, hanno una rete stretta di artigiani con cui collaborano in complementarietà: non sono semplici fornitori con cui accordarsi una volta l’anno, ma veri e propri collaboratori.
Inoltre, dal 2017, dopo qualche anno in cui hanno portato i loro workshop nelle carceri, per spiegare cosa significa davvero “fatto a mano”, e cosa comporta in termini di tempo e prezzo, Reverse ha iniziato a gestire un vero e proprio laboratorio di falegnameria all’interno del carcere di Verona, con cui è nato il progetto “Fatto in carcare”. Qui, ogni giorno, detenuti privi di esperienza vengono formati e coinvolti nella produzione di arredi e allestimenti, seguendo commesse vere e proprie. È un progetto che integra formazione, lavoro e responsabilizzazione, offrendo una concreta opportunità di reinserimento e riducendo il rischio di recidiva.
Il laboratorio ha realizzato sedute e palco per la visita del Papa all’Arena di Verona, stand per Emergency, negozi ed eventi, oltre che prodotti per negozi di Altromercato e molte altre produzioni, dimostrando che anche dentro un contesto complesso come il carcere può nascere eccellenza artigianale e bellezza etica.

Cosa aspettarci dal futuro?
Recentemente Reverse ha sentito il bisogno di aprirsi e di formarsi su altri materiali che non fossero il legno. Questo perché, nonostante tutti i vantaggi, come è normale che sia, anche il legno ha i suoi limiti. È dall’anno scorso che hanno cominciato a ragionare su altri materiali alternativi al legno, come ad esempio la plastica riciclata. Complice anche la vittoria di un bando di Cariverona – PRECIOUS PLASTIC – cominceranno a progettare e produrre pannelli in plastica riciclata, direttamente nel laboratorio in carcere.
Oltre ai materiali per gli arredi però, la vera sfida per il futuro è una riflessione più approfondita sui modelli di business, dove riusare e rimettere in circolo l’arredo potrebbe essere una delle soluzioni davvero vincenti, anche per l’ambiente, “quasi come un servizio a noleggio”.