Joëlette, accessibilità e montagnaterapia in Lessinia e sul Baldo.
Per molti la montagna è sinonimo di libertà, ma non sempre è uno spazio accessibile a tutti, soprattutto per chi ha difficoltà motorie. Negli ultimi anni, però, qualcosa sta cambiando. Strumenti come la joëlette e una crescente attenzione all’accessibilità stanno aprendo nuovi orizzonti.
Non è un caso che oggi si parli sempre più spesso “montagnaterapia” e “escursionismo adattato”: come ci spiegano Aldo Rizzotti e Mauro Albano del CAI Verona, «la montagnaterapia viene eseguita per alcune problematiche in modo continuativo e sotto la guida di un medico specialista. Per escursionismo adattato si intende l’accompagnamento in ambiente montano di persone con capacità motorie ridotte, servendosi di speciali ausili al fine di permettere loro di frequentare ambienti altrimenti irraggiungibili».
La joëlette è una speciale carrozzina da fuoristrada, dotata di una sola ruota centrale e sostenuta da due o più accompagnatori. Grazie a questo ausilio, persone con disabilità motoria possono affrontare sentieri di montagna che altrimenti sarebbero inaccessibili. Non si tratta solo di un mezzo tecnico, ma di uno strumento relazionale.
Proprio sul significato più profondo di queste esperienze si inserisce la riflessione di Emanuele Brunelli del CAI Verona: «quando si parla di montagna accessibile, spesso l’attenzione si concentra sugli aspetti tecnici – sentieri, ausili, rifugi o attrezzature – ma rappresentano solo una parte del progetto». La montagna, infatti, non è solo un luogo da rendere percorribile, ma uno spazio da vivere insieme.
L’impegno in questo ambito è cresciuto anche a livello istituzionale: «la montagnaterapia e l’escursionismo adattato sono attualmente attività istituzionali del CAI», spiegano Rizzotto e Albano. Dal 2020, inoltre, si tiene ogni anno il Raduno Nazionale CAI di escursionismo adattato, segno di una sensibilità sempre più diffusa.
Un lavoro che, come sottolinea Brunelli, si fonda soprattutto sulla relazione: «la montagnaterapia è soprattutto un percorso di relazione. La montagna diventa uno strumento educativo, riabilitativo e sociale, capace di creare legami, stimolare l’autonomia e rafforzare l’autostima». Non si tratta solo di raggiungere una meta: «l’obiettivo non è semplicemente portare una persona in vetta, ma permetterle di vivere la montagna come qualsiasi altro escursionista».
L’accessibilità in montagna, però, non si esaurisce nell’uso di strumenti specifici. È un concetto più ampio, che riguarda la progettazione dei percorsi, la segnaletica, la formazione degli accompagnatori e, soprattutto, un cambio di mentalità. Anche dal punto di vista pratico restano delle sfide: «il CAI ha definito un sistema di classificazione dei sentieri per carrozzine da fuoristrada; però ancora non esistono mappe che descrivono la percorribilità dei vari sentieri», spiegano Rizzotti e Albano.

Negli ultimi anni il gruppo montagnaterapia del CAI Verona ha sviluppato numerose iniziative sul territorio: «ogni uscita viene preparata insieme agli operatori scegliendo itinerari adeguati e ponendo sempre al centro la sicurezza e il benessere del gruppo». Esperienze che coinvolgono la Lessinia e il Monte Baldo e che dimostrano come la montagna possa diventare uno spazio realmente condiviso.
Molto resta ancora da fare. «Sarebbe utile disporre di una rete sempre più ampia di sentieri realmente accessibili anche i rifugi stanno dimostrando una crescente sensibilità», osserva Brunelli, sottolineando come spesso siano proprio l’accoglienza e la disponibilità a fare la differenza.
Promuovere l’accessibilità in montagna, dunque, non è solo una questione tecnica o organizzativa: è una scelta culturale. È decidere che la bellezza dei paesaggi, il silenzio dei boschi e l’orizzonte aperto delle vette debbano essere patrimonio condiviso. «La nostra esperienza ci insegna che la montagna è uno dei luoghi più inclusivi che esistano, — conclude Brunelli — sul sentiero non contano le differenze, ma il camminare insieme».