Dal 6 maggio al 19 ottobre la mostra Trasforming Energy ci porta a sperimentare la performance art.
Venezia, una città ricca di arte, storia e culture diverse si prepara ad essere di nuovo un laboratorio vivo di arte contemporanea, ospitando l’imminente 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale.
Per questa occasione, oggi, mercoledì 6 maggio e fino al 19 ottobre, le celebri Gallerie dell’Accademia aprono i propri spazi a una grande mostra destinata a entrare nella storia, celebrando per la prima volta una artista donna vivente, regina della performance art, Marina Abramović: Transforming Energy.
Una mostra voluta nell’ 80° compleanno dell’artista che instaura un profondo dialogo tra la sua pionieristica arte performativa e i capolavori del museo veneziano che hanno plasmato l’identità culturale di Venezia.
Curata da Shai Baitel, Direttore Artistico del Modern Art Museum di Shanghai, in stretta collaborazione con la Abramović, l’esposizione non si limita, in via eccezionale, agli spazi dedicati alle mostre temporanee, ma attraversa anche le sale della collezione permanente. Un progetto senza precedenti che inserisce la ricerca di Abramović nel cuore della tradizione rinascimentale veneziana.

Le premesse per una mostra da ricordare ci sono tutte e noi di Carnet abbiamo avuto l’onore di visitarla, o meglio, viverla in anteprima.
La mostra
Al centro di Transforming Energy si trova il concetto di trasformazione, inteso come processo fisico, emotivo e spirituale ma non pensate di ritrovarlo nelle opere. Qui la prospettiva cambia: siamo noi, i visitatori a diventare i veri protagonisti, e a vivere e provare, forse per la prima volta, l’esperienza della performance.
«Normalmente io eseguo le performance e le persone la guardano, ma ho capito che il pubblico deve far parte di tutto questo, per avere la sua esperienza, individuale» ci ha raccontato l’artista.
Ecco che, quindi, lasciati telefoni e orologi, siamo invitati a dimenticarci del tempo, della fretta e delle tante distrazioni e ad entrare in rigoroso silenzio nell’opera guidati da ragazze e ragazzi in camice bianco, che ci portano a sperimentare una serie di Transitory Objects interattivi, come attraversare strutture in pietra con cristalli incastonati ( quarzo, ametista e altri materiali naturali), sdraiarci su letti di legno o lasciarci accarezzare da lunghe code di crine che fremono al nostro passaggio.

È questo che porta, come Abramovich spiega, ad attivare una “trasmissione di energia”, in cui si azzera la distanza tra corpo e spirito, tra passato e presente, tra materiale e immateriale e tra artista e spettatori.
A noi lì presenti ha ribadito inoltre come «la sola cosa importante è darsi del tempo: tutti corriamo, a volte facciamo foto prima ancora di sperimentare una cosa. Qui, se voi mi darete del tempo io vi restituirò un’esperienza».
All’ingresso del percorso troviamo l’avatar dell’artista, all’età di sessant’anni, nell’opera immersiva Slow Walking, un percorso lungo 30 metri in cui Abramovic cammina lungo tutta la sua vita, avatar che ritroviamo poi in cinque guide digitali che ci mostrano come interagire con l’opera.
Presenti anche alcune opere storiche come Balkan Baroque, lavoro con cui vinse il Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 1997, e saliti al primo piano, la sua personale Pietà (with Ulay) (1983) posta esattamente di fronte alla Pietà di Tiziano (circa 1575-76), capolavoro incompiuto del maestro veneziano, poi completato da Palma il Giovane. Questo accostamento, sicuramente uno dei momenti culminanti della mostra, realizzato a 450 anni dall’opera rinascimentale, costruisce un ponte tra epoche lontane, rinnovando i temi universali del dolore, della redenzione e della spiritualità. Il corpo, così centrale nella pratica dell’artista serba, emerge qui come luogo di sofferenza ma anche di possibile elevazione.

Marina Abramovic e Venezia
Non è casuale, infine, che tutto questo accada a Venezia. L’uso di pietre e cristalli richiama certamente la tradizione cittadina, storicamente crocevia di culture e materiali preziosi, e poi c’è il legame profondo della stessa Abramović con la città:
«La mia storia con Venezia è iniziata molto tempo fa. Avevo 14 anni quando mia madre mi portò per la prima volta alla Biennale di Venezia. Viaggiammo in treno da Belgrado e quando uscii dalla stazione e vidi Venezia per la prima volta, cominciai a piangere. Era così incredibilmente bella, come mai avevo visto prima. Da allora, tornare è diventata una tradizione e, dopo aver ricevuto il Leone d’Oro nel 1997, la città ha sempre occupato un posto speciale nella mia vita. Ora, mentre mi preparo a festeggiare il mio 80° compleanno, torno per un motivo ancora più significativo: diventare la prima donna artista a presentare una mostra alle Gallerie dell’Accademia. È un vero onore e sono profondamente toccata da questa opportunità».
Insomma, Transforming Energy non è soltanto una retrospettiva tra le tante esposizioni che troveremo durante la Biennale, ma un’esperienza che ci chiede tempo, presenza e coinvolgimento. In un’epoca dominata dalla velocità e dalla fruizione distratta, Marina Abramović ci propone una diversa modalità di osservazione: più lenta, più intensa, più consapevole.
Qui non saremo più spettatori passivi, ma diventeremo parte di un processo, attraversando uno spazio in cui arte e vita si confondono.