In scena: scegliere fin da ragazzi

di Federica Clemente

Via Pál, anteprima al Teatro Camploy per la compagnia Bam!Bam!Teatro.

Mancano pochi giorni all’anteprima di Via Pál, la nuova produzione di Bam!Bam!Teatro, tratta dal romanzo di Ferenc Molnár I ragazzi di Via Pál, uno dei testi più celebri della letteratura per ragazze e ragazzi, capace di affrontare temi importanti per la crescita delle nuove generazioni. Del romanzo e di questo adattamento teatrale abbiamo parlato con Lorenzo Bassotto, direttore artistico della compagnia professionista veronese, nonché attore e regista dello spettacolo.

Partiamo dall’inizio: come è nata l’idea di portare in scena I ragazzi di Via Pál?

È uno dei romanzi che ho amato di più nell’infanzia e nella giovinezza. È uno di quei libri da tenere sul comodino: oggi forse non si usa più dire così, ma per me è stato proprio questo, un compagno di viaggio in momenti diversi della vita. Ricordo letture molto appassionate, anche per il potente nucleo tragico incarnato da Nemecsek, il piccoletto, l’unico soldato semplice dei ragazzi di Via Pál, sempre bistrattato e invece il più coraggioso di tutti, quello che mette in gioco il cuore fino in fondo. A un certo punto, però, il gioco della guerra che i ragazzi stanno facendo si trasforma in una guerra vera, con un epilogo tragico. Nemecsek spinge il suo coraggio e le sue azioni fino a un livello che sfugge al controllo e che finirà per causarne la morte. Sia i ragazzi di Via Pál sia le camicie rosse, i loro nemici, capiscono allora di aver superato il limite e che il loro gioco è diventato qualcosa di incontrollabile, capace di provocare la perdita di uno di loro. Questa tragicità si mescola ad altre situazioni divertenti, comiche, molto avventurose, piene di suspense e trepidazione. Sono proprio questi gli aspetti del romanzo che mi hanno sempre affascinato. Qualche anno fa, insieme a Roberto, avevamo già messo in scena un’altra versione de I Ragazzi di Via Pál e, da quando è nata Bam!Bam!, undici anni fa, abbiamo sempre avuto il desiderio di realizzare un nuovo spettacolo. È una storia che abbiamo amato molto e credo sia fondamentale farla conoscere alle ragazze e ai ragazzi dell’età giusta. Anche se può sembrare démodé, lontana dal loro modo di sentire, secondo me nel conoscerla, attraverso il libro o una narrazione, accade esattamente il contrario: ragazze e ragazzi si appassionano a questa storia perché vi riconoscono elementi profondi del loro quotidiano e del loro modo di stare al mondo.

E quindi, come avete trovato un modo diverso per metterlo in scena? Perché vi siete concentrati sul tema della scelta?

Dovevamo trovare un modo diverso di raccontare questa storia e, al di là del tema della guerra che vi scorre sottotraccia, mi affascinava moltissimo il ruolo del traditore: questo membro dei ragazzi di Via Pál che si chiama Gereb e che non sa scegliere da che parte stare. Vorrebbe comandare, ma non può, perché c’è Boka, che è molto più intelligente e scaltro. Questa frustrazione lo porta a tradire i compagni e a passare con le camicie rosse, dando loro informazioni decisive che condurranno poi allo scontro. Alla fine, però, tornerà sui suoi passi perché si renderà conto di aver sbagliato. Al di là della vicenda narrativa, mi interessava raccontare qualcosa che i ragazzi conoscono benissimo: il bullo della scuola. Assecondare i bulli oppure rischiare le conseguenze pur di non cedere? È una scelta che ragazze e ragazzi si trovano a fare ogni giorno, nel presente, in qualsiasi classe e in qualsiasi scuola. C’è il bullo piccolo, il bullo grande, il bullo grandissimo, ma scegliere da che parte stare è forse una delle prime grandi scelte etiche che un essere umano si trova ad affrontare.

In scena siete due attori soli: come riuscirete a dare il senso del gruppo?

È una domanda che ci fanno spesso anche i bambini al termine dei nostri spettacoli. Però questa è una nostra peculiarità: io e Roberto, ormai, siamo diventati così duttili e malleabili che questa è proprio la nostra poetica, essere allo stesso tempo tutti i personaggi e nessuno. L’idea di passarci i personaggi cambiando voce e atteggiamento crea, nell’immaginazione di chi guarda, più presenze di quante ce ne siano realmente in scena. Per noi è molto più importante evocare le situazioni, i personaggi, le scene e le avventure, piuttosto che mostrarli in modo realistico.

Credits foto Barbara Rigon

Tornando al tema della guerra, nel romanzo i ragazzi giocano a far la guerra, con ordine e rigore, dandosi regole ben precise. Ma il gioco della guerra, della battaglia è un gioco sempre attuale. Da dove nasce questo bisogno di giocare a far la guerra e perché è giusto lasciarli fare?

Ovviamente c’è un lato imitativo che, forse allora più di oggi, era molto potente: i soldati di alto grado a cavallo, le divise meravigliose… i bambini ne restavano affascinati molto più di quanto accada adesso. Ma c’è anche un aspetto più intimo: giocare alla guerra serve a esorcizzarne la paura. Nel mondo di oggi questa componente imitativa si è attenuata, ma resta importante il fatto che, attraverso il gioco, bambine e bambini rielaborino il fuori, cioè la realtà che li circonda. Il gioco permette loro di sperimentare concretamente i meccanismi che regolano le relazioni umane e, tra questi, non possono essere escluse rabbia, aggressività, audacia, coraggio, lealtà, competizione, paura, debolezza, alleanza e aiuto reciproco. Tutto questo trova spazio nel giocare alla guerra, dove però accade in un contesto sicuro, innocente. La battaglia come gioco di finzione consente di sperimentare ciò che è giusto e ciò che è sbagliato. Li aiuta e ci aiuta a conoscere meglio noi stessi e l’altro. La nostra forza e quella dell’altro. Le debolezze. È proprio nel confronto con i corpi degli altri, con la loro forza, con le fragilità e soprattutto con la potenza dei sentimenti generati che può germogliare una risposta concreta che aiuti bambine e bambini a opporsi alle situazioni di violenza e frustrazione che la vita porrà loro davanti. Nel momento in cui muore Nemecsek si rendono conto tutti che quel limite gli è sfuggito di mano.

Come interagiscono le musiche in questo allestimento?

Le musiche sono meravigliose. Sono state composte da Olmo Chittò, che ha ascoltato con grande cura le mie ispirazioni e le mie influenze musicali. Durante la scrittura mi sono imbattuto in un quartetto che rielabora canzoni popolari danesi; allo stesso modo, noi siamo partiti dalla musica popolare ungherese per restituire il senso dell’avventura, della tragedia e del divertimento. Olmo ha completamente riscritto e riarrangiato queste suggestioni, questi brani, per evocare il gusto dell’Ungheria e della Budapest di fine Ottocento. Così è nata una partitura originale per piano, violino, contrabbasso e percussioni, poi registrata in studio.

Qual è il messaggio che vorreste arrivasse a bambini e bambine? Che cosa vorresti che si portassero a casa al termine dello spettacolo?

C’è una frase che diciamo nello spettacolo e che, secondo me, racchiude molto bene il messaggio che vogliamo dare: “Le scelte dei ragazzi diventano la vita degli uomini”. Qualsiasi scelta io faccia è qualcosa che mi cambia. Scegliere un’amicizia, scegliere cosa leggere, scegliere che cosa fare e che cosa non fare condiziona sempre la vita. Naturalmente la scelta delle bambine diventerà la vita delle donne: parlo al maschile solo perché in questa storia i personaggi sono tutti ragazzi.

Lo spettacolo può dare a ragazze e ragazzi degli strumenti per cercare di capire, o meglio di interpretare, il contesto in cui viviamo e le guerre che si stanno combattendo?

Non c’è un parallelismo dichiarato, però ci sono elementi che possono aiutare. Si comprende chiaramente l’inutilità della guerra, visto il tragico epilogo. Un altro passaggio significativo è quando spieghiamo cos’è l’Einstand, cioè l’intimidazione che un ragazzo più forte esercita nei confronti del più debole. Pronunciando questa semplice parola, un prepotente può di diritto rubare le biglie all’altro: è un meccanismo non così diverso da ciò che accade nel mondo quando comincia una guerra.

Credits foto Barbara Rigon

L’appuntamento è quindi per venerdì 27 marzo, alle 20:45, al Teatro Camploy, con l’anteprima di Via Pál: uno spettacolo per tutte le bambine e tutti i bambini dai 7 anni in su, insieme alle loro famiglie, per offrire qualche strumento in più per crescere come donne e come uomini. E proprio per questo parte dell’incasso sarà devoluto ad Abeo Verona, l’associazione di riferimento per il Reparto di Oncoematologia Pediatrica dell’Ospedale della Donna e del Bambino di Verona.

Lo spettacolo è inserito nella rassegna L’Altro Teatro/City, nata per dare spazio alle compagnie professioniste veronesi della rete RSVP.

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