In scena: il teatro come comunità, ricerca e cittadinanza

di Federica Clemente

Il progetto e il Festival di teatro Veronetta #spazioteatrogiovani 2026.

É cominciato il 29 maggio e proseguirà fino al 30 giugno, al Parco Santa Toscana, il Festival di teatro Veronetta #SpazioTeatroGiovani 2026, progetto di Spazio Teatro Giovani che coinvolge oltre 200 ragazzi e ragazze dai 7 ai 35 anni. Quest’anno due date sono anche all’interno del cartellone dell’Estate Teatrale Veronese, a dar rilevanza al progetto e a dimostrazione dell’apertura e dell’attenzione della direzione artistica del Comune di Verona ai giovani e alle future generazioni.

Abbiamo parlato del progetto e del Festival con Silvia Masotti e Camilla Zorzi, fondatrici del centro di ricerca e formazione teatrale Spazio Teatro Giovani.

Silvia Masotti e Camilla Zorzi

Come nasce Spazio Teatro Giovani?

Nasce nel 2020 dalla nostra esperienza di attrici e formatrici. Oggi coinvolgiamo oltre 200 allievi, dai bambini di 7 anni ai giovani adulti di 35. Il teatro è per noi uno strumento di ricerca, crescita e confronto, prima ancora che di performance. Il lavoro svolto durante l’anno trova poi una restituzione pubblica attraverso il festival che anima il Parco Santa Toscana.

Un festival che negli anni è diventato un appuntamento molto partecipato.

Sì, e in modo quasi sorprendente. Siamo partiti durante il periodo del Covid, ma l’esperienza è cresciuta fino a registrare circa 3.000 presenze lo scorso anno e quest’anno presumibilmente saranno anche di più. Il parco, di giorno spazio pubblico, la sera si trasforma in un teatro a cielo aperto. Questo permette di vivere il teatro fuori dai formalismi del teatro stesso, in modo più partecipato, favorendo l’incontro e il dialogo tra artisti, spettatori e giovani coinvolti nel progetto.

I ragazzi partecipano anche all’organizzazione?

Assolutamente. Non sono soltanto interpreti: collaborano al montaggio e allo smontaggio degli spazi, all’accoglienza del pubblico e alla gestione del festival. È un’esperienza di cittadinanza attiva molto forte, che li rende protagonisti e responsabili di uno spazio condiviso.

Accanto alla formazione teatrale avete sviluppato anche il progetto “Spettatori Attivi”. Da dove è nata quest’idea?

Ci siamo accorte che molti ragazzi facevano teatro senza frequentare i teatri come spettatori. Da qui è nata l’idea di accompagnarli alla scoperta della programmazione cittadina e nazionale, per non farli andare a teatro da soli. Oggi esiste una piccola comunità di giovani spettatori, circa un centinaio, che si organizza per partecipare a spettacoli sia Verona sia in teatri fuori città.

Il tema dell’edizione 2026 del Festival è “Figlie/figli”. Come è stato sviluppato?

Ogni anno scegliamo un tema che attraversa tutti i gruppi di lavoro. Il tema dell’anno, da cui si scelgono anche i testi, diventa un’occasione di ricerca, prima che di spettacolo, e il desiderio è che l’anno per tutti i ragazzi, ognuno con la propria complessità e sensibilità, sia un viaggio di scoperta, di conoscenza e anche poi di scambio e di comunicazione con l’esterno su questo tema. Quest’anno ci siamo interrogati su cosa significhi essere figli: di una famiglia, di una cultura, di una terra, di una storia. Da questa riflessione sono nati spettacoli che affrontano questioni molto diverse, dalla guerra all’identità, dal rapporto con le origini alla difficoltà di diventare adulti nel presente.

Due date dello spettacolo Una donna. Edipo. La guerra, rilettura al femminile del mito di Edipo. sono inserite nel cartellone nell’Estate Teatrale Veronese. Di cosa parla?

È un lavoro realizzato con giovani tra i 21 e i 35 anni. Racconta la storia di due figli che scoprono di sapere molto poco del passato della propria madre. Da queste domande, a cui loro non sanno cosa rispondere, iniziano un viaggio di ricerca che li porta a contatto con una terra lontana, il Medio Oriente, che nella storia è martoriata dalla guerra ed è la stessa guerra che la sta martoriando adesso e dove per scoprire qualcosa sulle proprie origini non si può non confrontarsi con il potere, la guerra, la sopraffazione e tutte quelle guerre che possono essere raccontate, raccontate ma che tuttora sono guerre su cui noi occidentali tendiamo a chiudere gli occhi, ma che in realtà ci riguardano profondamente.

Affrontate tematiche molto attuali e molto profonde con i ragazzi…

Sì, perché sono proprio loro a dimostrare il desiderio di confrontarsi con domande profonde. Spesso si raccontano i giovani come disinteressati o passivi, ma la nostra esperienza dice il contrario. Quando viene offerto uno spazio autentico di ascolto e confronto, partecipano con grande serietà e coinvolgimento. Il teatro non serve a dare risposte, ma a creare luoghi in cui le domande possano emergere e trovare voce.

Qual è il valore più importante di questa esperienza?

La costruzione di una comunità. Il teatro diventa un luogo dove ciascuno può trovare il proprio spazio, indipendentemente dal carattere o dalle capacità. È un’esperienza collettiva che insegna responsabilità, ascolto, cura degli altri e dei luoghi comuni. E soprattutto offre ai giovani la possibilità di sentirsi visti, riconosciuti e parte attiva della vita culturale della città.

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