In scena

di Federica Clemente

Quattro chiacchere con Francesco Pannofino.

Questa rubrica normalmente vi offre una selezione di spettacoli sui palcoscenici cittadini; oggi però, visto che vi abbiamo già presentato tutte, o quasi, le rassegne nelle pagine precedenti, ho deciso di parlare dello spettacolo d’apertura dell’Estate Teatrale Veronese, con un’intervista al suo protagonista a cui abbiamo dedicato anche la copertina, Francesco Pannofino.

Ad aprire il 77° Festival Shakespeariano dell’Estate Teatrale Veronese, infatti, quest’anno sarà Rosencrantz e Guildenstern sono morti, un testo del commediografo inglese Tom Stoppard.
La tragicommedia, che rientra nel genere del teatro dell’assurdo, narra le vicende di due personaggi minori dell’Amleto di Shakespeare, Rosencrantz e Guildenstern appunto, i quali vengono convocati alla corte del re di Danimarca con il compito di aiutare Amleto e soprattutto comprendere se egli sia davvero diventato pazzo o stia fingendo.

Con la regia del veronese Alberto Rizzi, questa messinscena ricorre alla commedia dell’arte per esaltare la potenza comica dell’opera di Stoppard.
In scena un grande carro che si trasforma in castello, teatro, prigione o strada, creando un gioco di movimento sempre dinamico.
Al centro però le domande esistenziali, la comicità che si alterna all’assurdo, la riflessione filosofica e la ricchezza emotiva.

Di questo spettacolo, del suo debutto al Romano e del suo lavoro di attore e doppiatore, ne abbiamo parlato con Francesco Pannofino.

Cosa ci può dire di questa messinscena?

È un bel progetto. Quando mi ha chiamato Alberto Rizzi e me l’ha proposto, ho subito accettato e insieme a Marco Balsamo, che lo produce, e allo stesso Alberto, abbiamo messo insieme la compagnia e a breve cominceremo le prove (l’intervista è stata fatta a metà maggio). Non si sa mai prima di cominciare un progetto come andrà, però il testo è bello e la compagnia è forte. La stima che ho per Alberto Rizzi, con cui ho già lavorato in un suo film (Si muore solo da vivi, s’intitolava) e il suo entusiasmo, mi hanno fatto accettare questo progetto. Sarà una messinscena allegra, che usa alcuni espedienti tipici della commedia dell’arte per far ridere, anche se già il fatto di essere a Verona è motivo per essere allegri.

Il testo non è di Shakespeare anche se ne prende ispirazione, come vede il suo debutto al Festival Shakespeariano, un festival con settantasette anni di storia, il secondo più importante dopo quello di Stratford-upon-Avon?

Per me è la prima volta al Festival Shakespeariano e al Teatro Romano, quindi sto scalpitando e non vedo l’ora di cominciare. In compagnia, inoltre, c’è anche mio figlio Andrea che fa Amleto, Francesco Acquaroli che interpreta Guildenstern e Paolo Sassanelli che fa il primo attore della compagnia. Abbiamo una bella responsabilità!

Lei è attore televisivo, cinematografico, teatrale e anche un grande doppiatore: in quale si sente più a suo agio?

Fare diverse cose consente di diversificare, di non annoiarsi. Io sono contento perché faccio il lavoro che avrei voluto fare da bambino, almeno, uno dei lavori che avrei voluto fare, quindi meglio di così… è bello fare un po’ di tutto, sono tutti mezzi di comunicazione importanti. Inoltre consente di passare da un progetto a un altro, confrontandosi con le varie discipline e tenere sotto controllo il più grande incubo degli attori: la disoccupazione. Certo, ci vuole anche un po’ di fortuna in questo lavoro; e la fortuna non va mai buttata al vento, come diceva il grande Trapattoni.

Fortuna intesa come coincidenze e incontri. Poi, come nella vita, bisogna saper eliminare pigrizia e svogliatezza, bisogna impegnarsi, essere al meglio, non avere paura di lavorare e di far fatica, bisogna essere sempre sul pezzo! Il teatro e il cinema sono un lavoro anche fisico, faticoso. Non è solo red carpet, il grosso si fa quando si lavora.

È il doppiatore storico di George Clooney e Denzel Washington tra gli altri, qual è la particolarità di quest’arte?

Il lavoro del doppiaggio consiste nel dare le stesse emozioni anche in lingua italiana. Un attore come George Clooney, che doppio da più di vent’anni, ormai lo conosco, l’ho visto recitare in tanti personaggi, so cosa fa e quali sono le corde per riuscire a doppiarlo senza far vedere che è stato doppiato. Il doppiaggio è un trucco, se il pubblico si accorge che quella non è la sua voce, anche se lo sa, perde il coinvolgimento, il pubblico si deve godere delle emozioni del film e non pensare alla voce. Il doppiaggio è un’abilità, bisogna incollarsi alla faccia, si dice in gergo.
In generale, il mestiere dell’attore è una bellissima storia, tu racconti delle storie e interpreti personaggi lontani da come sei nella vita, continui a giocare. Il teatro, la recitazione, è il gioco che fanno i bambini, i bambini fanno subito teatro.

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