Tecnica ineccepibile, musicalità profonda. È così che Giuseppe Gibboni, classe 2001, ha conquistato la giuria del Premio Paganini, ambito dai violinisti di tutto il mondo, riportando – durante l’edizione numero 56 tenutasi nel 2021 a Genova – il più alto riconoscimento dedicato a questa categoria di solisti – in Italia. Erano infatti ben 24 anni, che un interprete del Bel Paese non saliva sul podio del prestigioso concorso internazionale. E ora, l’eccellente violino salernitano, debutterà sulla ribalda scaligera grazie all’imprenditore Giuseppe Gaspari, che lo ha voluto tra gli ospiti di punta della stagione concertistica della Gaspari Foundation. Gibboni si esibirà il 18 maggio alle ore 11 in Sala Maffeiana, con l’orchestra da camera L’Appassionata, fiore all’occhiello della medesima fondazione veronese.
Gibboni, cosa significa per un giovane talento del violino vincere il “Paganini”; e per te, in particolare, aver avuto il merito di portare alta la bandiera italiana?
Si tratta di un importante trampolino di lancio, un’occasione di grande visibilità, ma ciò da solo non basta ad assicurarsi la carriera. A me, personalmente, questo concorso premio ha aperto ulteriori porte nel mondo del concertismo, contatti con agenzie, manager, etichette discografiche, e tutto ciò che attiene alla professione. La notizia di una vittoria italiana ha inoltre suscitato molto entusiasmo al Quirinale, tant’è che il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella mi ha subito invitato a tenere un concerto a Roma, con il chitarrista Carlotta Dalia, trasmesso in diretta dalla radio italiana.

Il fatto che per una vittoria made in Italy si è dovuto attendere così tanto, è a tuo avviso sintomatico di una formazione musicale ancora poco adeguata nel nostro Paese?
Questo è un tema abbastanza complesso. Ciò che posso dire in base all’esperienza fin qui maturata è che a fare la differenza è, spesso, come si inizia lo studio della musica e come, poi, lo si porta avanti. Ci vuole una sensibilizzazione generale dei giovanissimi, che però non possiamo delegare sempre alle istituzioni. Inoltre, non dimentichiamoci che lo Stato siamo (anche) noi. Molto deve dunque partire dal “basso”. Un errore di fondo dei nostri tempi è pensare che per rendere la musica classica più commerciale e fruibile basti “piazzarla” su Instagram o, come dice Barenoim, in ascensore.
Cosa pensi dell’iniziativa mecenatistica veronese Giuseppe Gaspari?
La trovo meravigliosa e singolare. Difficile trovare realtà come questa, un privato cittadino in questo caso un imprenditore, che non solo ha fondato un’orchestra di giovani talenti ma ha pensato anche a una più ampia ricaduta sociale sia in termini culturali, proponendo solo repertori di alto valore artistico ma accessibili a un vasto pubblico, sia in termini sociali, devolvendo il ricavato dei concerti in beneficenza. Noi solisti impariamo sempre da questo genere di iniziative, che dovrebbero essere più diffuse. In Italia è la prima volta che mi imbatto in un progetto del genere e che suono con un’orchestra promossa da un cittadino. In Usa su questo sono più avanti. La maggior parte delle orchestre sono finanziate da fondazioni private. Per Verona e per gli ospiti che partecipano al cartellone dell’Appassionata è dunque una grande opportunità. Un modello che auspico venga imitato anche da altri mecenati.