Al Teatro Nuovo la conferenza-spettacolo di Cathy La Torre.
“Conoscere i propri diritti è il primo passo per farli valere”. Questa è la descrizione di Cathy La Torre, o meglio Avvocathy, sui social: avvocata, divulgatrice e speaker, si occupa di diritti civili legati al mondo del lavoro, del digitale, privacy e AI, soprattutto nell’ambito del diritto antidiscriminatorio sull’orientamento sessuale e sull’identità di genere.
A Verona porta il suo “Tutte le volte che le donne…”, in scena al Teatro Nuovo lunedì 20 aprile, penultima tappa di questo tour di 40 date. Una conferenza-spettacolo in cui, con uno stile diretto e ironico, Cathy La Torre racconta storie di donne straordinarie, protagoniste troppo spesso dimenticate della nostra storia, ribelli, visionarie, coraggiose, menti brillanti a cui però non è stato dato il giusto riconoscimento. Abbiamo parlato dello spettacolo e del suo lavoro di divulgatrice proprio durante questo tour nei teatri direttamente con Cathy La Torre. Ecco cosa ci ha raccontato.
Cominciamo proprio dallo spettacolo, come è nato e come hai scelto le figure femminili di cui racconti?
Subito dopo la pandemia sono andata a vedere una mostra dedicata a tutte le artiste, le pittrici donne che nella loro vita avevano dovuto dipingere sotto pseudonimo maschile, Artemisia Gentileschi fra tutte. Così ho chiamato Michela Murgia e mi sono chiesta se anche in altri campi ci fossero state donne che non avessero potuto esprimere il loro talento (basti pensare che fino al ’75 la legge impediva alle donne di possedere qualsiasi cosa se non attraverso il consenso del marito). E mi ricordo che Michela mi ha raccontato la storia di questa donna sarda che era stata reggente di un intero regno per tutto il tempo in cui il marito era stato in carcere e da reggente, nel 1300, aveva scritto la prima costituzione.
Ho cominciato quindi a fare una ricerca storiografica, scoprendo che c’erano donne in ogni campo, dalla scienza al diritto, che avevano fatto la storia. Peccato che non lo sappia nessuno.
Ho deciso così di portarla a teatro. Lo spettacolo fa molto ridere, e riflettere. Si esce con un “wow, non lo sapevo” che era esattamente la reazione che volevo lasciare. Da quel wow, nasce anche la voglia di raccontare queste storie ad altre persone e guardare la storia, la nostra società e la nostra urbanistica (parlo per esempio anche delle statue femminile spesso denudate) con occhi differenti.
Quale donna senti più vicina e ti ha colpito in modo particolare?
Ovviamente tutte le storie che racconto mi hanno colpito e mi colpiscono perché sono esistenze e quindi ognuna straordinaria a modo suo, però se devo sceglierne una sceglierei la storia di Rosanna Oliva, anche detta Rosa Oliva, che è la donna grazie a cui tutte noi in Italia possiamo accedere a qualsiasi tipo di concorso pubblico, proibito fino al 1960, anno in cui lei impugna la legge di derivazione fascista.
L’emozione più bella legata a questa storia, però, è stata quella di aver avuto Rosa Oliva, novantaduenne che ha passato la vita a lottare per la parità delle donne ed è ancora molto attiva, tra il pubblico a Roma, dove è stata omaggiata con una standing ovation da parte del pubblico durata non so quanti minuti, tanto è vero che lei stessa mi ha detto “mai nella mia vita io ho avuto un riconoscimento del genere”.
Sei molto presente e attiva sui social, registri podcast e partecipi a programmi e dibattiti televisivi, cosa ti permette di trasmettere di diverso il teatro? Perché hai scelto questo mezzo per raggiungere le persone?
Avrei potuto raccontarlo sui social, facendo un reel per ognuna di queste donne, ma ci sono cose che vanno raccontate in una forma che necessita tempo, che necessita di guardarsi negli occhi e il teatro mi sembrava il luogo più adatto.
Il teatro ha in più il corpo. Noi a teatro ci andiamo con il nostro corpo. Noi a teatro usiamo gli occhi, le mani, i sensi e ci mettiamo il corpo. Mentre in un’epoca in cui tutto avviene con un ditino per un like o un commentino, per me la forza di andare a teatro è uguale a quella di scendere in piazza. Il teatro mi sembrava anche un modo per restituire giustizia a queste donne.

Secondo te, quanto è importante che queste storie vengano ascoltate da donne e quanto da uomini? Qual è il tuo pubblico?
Per me sarebbe meraviglioso che venissero ascoltate sia da donne che da uomini. Devo dire però che c’è sempre un 80% di donne e un 20% di uomini nel mio pubblico. Però la cosa importante è che poi queste persone quando escono da teatro disseminino queste storie, le raccontino magari a una cena con gli amici, le amiche, en passant, le raccontino alle nipoti.
Come vedi la nostra società oggi? E soprattutto le giovani e i giovani?
Li vedo, ci parlo, vedo le persone anziane, vedo i giovani, vedo quelli della mia età. E il grande tema è che molte persone adulte hanno aspettative troppo alte o troppo basse nei confronti delle generazioni più giovani. Ma chi siamo per dire che sono il futuro o che sono, in qualche modo, quelli che affosseranno il futuro? Sono incuriosita della vita. Penso che tutte le generazioni contribuiscano a diverso titolo. Ieri leggevo un articolo sul Times che diceva che è la prima volta nella storia dell’umanità che convivono otto generazioni insieme. Trovo questo elemento veramente affascinantissimo.