Il regista romano guida il settore spettacolo del Comune con una visione aperta e relazionale: “Il teatro come luogo di comunità, dialogo e internazionalità”.
Il settore spettacolo del Comune di Verona dal 1° ottobre ha un nuovo direttore artistico: Fabrizio Arcuri, regista e direttore artistico che arriva in città dopo diverse esperienze nelle più importanti città italiane, da Roma come curatore degli interventi artistici del Festival internazionale delle Letterature di Massenzio e curatore di Venere in Musica al Parco Archeologico del Colosseo, a Genova, al Teatro della Tosse, da Torino a Udine, partecipando attivamente anche a programmi culturali promossi dall’Unione Europea.
L’Assessora alla cultura Marta Ugolini aveva presentato così il nuovo direttore: «Con Arcuri prosegue un viaggio sfidante, iniziato con Carlo Mangolini, perché anche lo spettacolo porti energia e visione contemporanea alla città di Verona».
Qualche giorno fa è stata presentata la nuova stagione dell’Altro Teatro “Come as you are” al Camploy con un evento speciale, un party culturale animato dalla performance partecipativa “Steli” di Stalker Teatro che ha reso il teatro stesso un crocevia di relazioni, un rito collettivo. Abbiamo quindi avuto il piacere di chiedere a Fabrizio Arcuri di parlarci dei suoi progetti per questa direzione artistica, della visione che lo sta guidando e lo guiderà nei prossimi due anni.
Per prima cosa, ci vuole parlare della stagione che ci aspetta al Teatro Camploy?
Questa nuova stagione, già dal titolo “Come as you are” si dimostra come un invito a leggere e vivere il teatro come luogo di relazione, dove è possibile accedere così come si è, senza maschere, un luogo in cui si fa comunità. Il teatro parla di noi con il nostro linguaggio, e questa rassegna in particolare mette in risalto il periodo che stiamo vivendo, facendoci sentire meno soli, condividendo questa sensazione di impotenza in cui viviamo, mettendo le mani dentro tutta questa complessità.
Alla rassegna abbiamo aggiunto cinque incontri tematici, dal titolo L’Altro Teatro/Extra, per aprire il dialogo tra pubblico e studiosi, filosofi, personaggi di cultura intorno a questi temi. Tra gli ospiti Vera Gheno, Chiara Valerio, Vanessa Roghi, Nicola Lagioia, Francesca Cavallo.
Internazionalizzazione e ampliamento dei pubblici, sono le necessità emerse dall’amministrazione comunale per questo nuovo mandato. Come intende portarle avanti?
Internazionalizzazione e ampliamento dei pubblici sono due linee strategiche che sento molto vicine e che considero profondamente intrecciate. Il teatro, per me, non è un luogo che si limita a rappresentare, ma un dispositivo di relazione: uno spazio in cui le persone possano riconoscersi, incontrarsi e scambiare esperienze.
In questo senso, l’ampliamento dei pubblici non è solo una questione numerica, ma soprattutto culturale e sociale. Significa aprire il teatro a nuovi sguardi, a pubblici che finora non si sono sentiti interpellati, e allo stesso tempo creare le condizioni perché chi già frequenta possa rinnovare il proprio modo di guardare e partecipare.
Penso spesso alla necessità di una reale transgenerazionalità: far dialogare generazioni diverse non solo come pubblico, ma anche nei processi creativi, nei laboratori, nei percorsi di formazione e co-creazione. I giovani possono portare linguaggi e forme di sensibilità che interrogano il presente, mentre le generazioni più adulte custodiscono una memoria e una profondità di sguardo che serve come radice. Quando queste dimensioni si incontrano, il teatro torna a essere un luogo vivo, che appartiene a tutti.
Accanto a questo, credo sia importante ripensare l’accessibilità in senso ampio. Non parlo solo di politiche di prezzo o di orari, ma di una vera accessibilità culturale, che significa abbattere barriere simboliche, linguistiche e sociali. Dobbiamo imparare a dialogare con chi oggi non si sente rappresentato, con chi non ha ancora trovato una porta d’ingresso nella cultura. Per questo penso a una programmazione che esca dal teatro e vada nei quartieri, nelle scuole, nei mercati, nei luoghi del vivere quotidiano, perché spesso è lì che si costruisce la fiducia e il senso di appartenenza. Allo stesso tempo, è importante che il teatro resti un luogo di ritorno, un punto di approdo dove queste esperienze si raccolgono e diventano racconto comune.
Per quanto riguarda l’internazionalizzazione, immagino un processo di apertura reciproca: non tanto l’idea di “esportare” la nostra produzione, ma di inserirla in un sistema di scambi e relazioni che la arricchisca. Mi piacerebbe attivare reti di collaborazione con teatri e festival europei, favorire residenze e coproduzioni che mettano in contatto artisti locali e internazionali, e costruire percorsi di visibilità delle nostre rassegne a livello nazionale e all’estero. Questo significa lavorare sulla qualità, sulla riconoscibilità e su una comunicazione capace di parlare anche fuori dai nostri confini.
Vorrei che la città venisse percepita come un laboratorio culturale aperto, un luogo dove le idee circolano e dove il dialogo tra dimensione locale e orizzonte internazionale diventa quotidiano. In questa prospettiva, l’internazionalizzazione non è un gesto di proiezione verso l’esterno, ma un modo per restituire vitalità al territorio stesso: ogni incontro, ogni scambio, ogni artista che arriva o che parte porta con sé un frammento di racconto che torna alla comunità. In fondo, credo che il teatro possa davvero essere un bene relazionale, un luogo in cui si costruiscono cittadinanza, appartenenza e curiosità. E per fare questo serve uno sguardo ampio, capace di tenere insieme memoria e innovazione, prossimità e mondo, linguaggi e generazioni.

È direttore artistico di diverse rassegne, l’Estate Teatrale Veronese, L’Altro Teatro, L’Altro Teatro/City, il Grande Teatro, ognuna con la sua anima, la sua storia, la sua collocazione nel tessuto veronese. Si arriverà a una sintesi?
Ho cominciato a lavorare per creare una maggiore porosità tra le diverse rassegne, senza però perdere di vista le identità che ciascuna di esse ha costruito nel tempo. Ognuna porta con sé una storia, un pubblico di riferimento, un ritmo specifico e un rapporto unico con la città. L’Estate Teatrale Veronese, ad esempio, ha una vocazione fortemente monumentale e identitaria, legata al fascino del Teatro Romano e alla relazione tra la classicità e il contemporaneo. L’Altro Teatro e la sua declinazione urbana, L’Altro Teatro/City, sono invece spazi di sperimentazione e di linguaggi nuovi, dove si incontrano le arti performative, la musica, la danza, le nuove tecnologie, e dove il teatro dialoga con la città nella sua vita quotidiana. Il Grande Teatro, infine, è il punto di contatto con le grandi produzioni, con una drammaturgia più tradizionale ma sempre aperta a sguardi e nomi del presente.
La sfida non è uniformare queste anime, ma farle dialogare. Vorrei che lo spettatore potesse attraversare l’anno teatrale come un unico racconto, in cui ogni stagione rappresenta un capitolo diverso ma connesso alle altre. Per questo parlo di “porosità”: una permeabilità che permetta alle persone di scoprire nuove forme di spettacolo quasi per caso, in un percorso che va dai luoghi storici a quelli urbani, dal centro alla periferia, da spazi monumentali a contesti più informali. L’idea è che veronesi e turisti possano imbattersi in un’esperienza teatrale anche senza averla cercata, perché il teatro torna a essere parte della vita della città e non un evento isolato.
Anche dal punto di vista dei luoghi, immagino una maggiore fluidità. Restano centrali i tre poli principali — il Teatro Romano, il Teatro Camploy e il Teatro Nuovo — che continueranno a rappresentare i punti di riferimento delle stagioni, ma attorno a questi vorrei che si creasse una costellazione più ampia di spazi, capaci di attivare una relazione diretta con il pubblico e con il tessuto urbano. Non si tratta solo di spostare gli spettacoli, ma di cambiare la prospettiva: il teatro che si muove verso la città, che la attraversa e la trasforma, che genera momenti di “inciampo” artistico, incontri inattesi, esperienze condivise che nascono nella quotidianità. Il mio obiettivo è costruire un ecosistema teatrale in cui le diverse rassegne non siano compartimenti stagni, ma parti di un unico discorso culturale che Verona può proporre a livello nazionale e internazionale. Credo che questa sinergia possa rafforzare non solo l’identità del teatro cittadino, ma anche la sua capacità di parlare a pubblici nuovi, di farsi riconoscere come una realtà vitale, plurale e in dialogo costante con il tempo presente.
A Verona è stata creata la rete dei professionisti per valorizzare le compagnie professioniste, RSVP che trova espressione nella rassegna L’Altro Teatro/City, che prospettive si immagina?
Mi sono insediato da poco e devo ancora avere modo di approfondire e capire meglio le realtà del territorio e come operano. Certo mi piacerebbe proporre un upgrade ossia costruire una piccola rete di circuitazione, un sistema che metta in dialogo i teatri cittadini con quelli della cintura metropolitana e dei comuni vicini. Mi ispiro a certi modelli europei, in particolare francesi, dove i centri principali collaborano stabilmente con le sale di prossimità, condividendo risorse, tecnici, comunicazione e promozione.
L’obiettivo è permettere alle compagnie di avere non più un singolo debutto isolato, ma un percorso di repliche che dia continuità al lavoro e la possibilità di crescere, incontrando pubblici diversi. Una volta consolidato questo sistema, potremmo aprirlo anche a collaborazioni con altri teatri e festival italiani, e — quando i progetti lo permettono — a reti europee, così da far viaggiare le produzioni nate qui e portare a Verona esperienze e artisti da altri contesti. Ma è tutto da costruire e da capire che tipo di dialogo si istaura.
Nei vari progetti da lei curati nel corso della sua carriera, si è occupato di diverse forme artistiche, come intende farle dialogare anche a Verona? C’è qualche cosa delle sue passate esperienze che vorrebbe portare anche a Verona?
Nel corso della mia carriera ho sempre considerato le stagioni teatrali come organismi vivi, capaci di accogliere linguaggi diversi e di farli dialogare tra loro. L’esperienza mi ha insegnato che la programmazione non è una somma di titoli ma una costruzione di senso: un racconto che si compone attraverso la pluralità delle forme artistiche, dei luoghi e dei pubblici. A Verona vorrei applicare questo principio con grande attenzione al contesto, senza importare modelli dall’esterno ma lasciando che sia la città stessa a suggerire direzioni e priorità.
In una prima fase sarà fondamentale ascoltare: capire come si muove il pubblico veronese, quali sono le abitudini consolidate e quali invece le curiosità inespresse, come si relazionano tra loro le diverse rassegne e che tipo di esperienze artistiche la città ha già saputo accogliere. Solo dopo questa ricognizione sarà possibile capire cosa conviene mantenere, cosa rinnovare e cosa invece inventare ex novo per dare alla stagione una fisionomia contemporanea e coerente.
Quello che mi piacerebbe costruire è un ecosistema di linguaggi, dove teatro di parola, danza, musica, performance e nuove forme ibride non vivano in compartimenti stagni ma si osservino e si contaminino. Questo non significa confondere i piani o sacrificare le identità, ma creare dei punti di contatto, dei passaggi, delle “risonanze” tra una rassegna e l’altra. Per esempio, far sì che uno spettacolo di prosa trovi un suo contrappunto in un concerto, in un incontro con un artista visivo, o in un laboratorio urbano che approfondisce lo stesso tema con un’altra sensibilità. In questo modo la stagione diventa un vero e proprio percorso, un’esperienza narrativa che si sviluppa lungo l’anno e che permette al pubblico di attraversare linguaggi e prospettive diverse senza percepire fratture.
Delle esperienze passate mi piacerebbe portare soprattutto un metodo curatoriale: lavorare per temi, per visioni condivise, più che per generi; creare formati che mettano in dialogo gli artisti tra loro e con il pubblico; curare la relazione con i territori come parte integrante del progetto artistico. In passato ho sperimentato la forza di un approccio “orizzontale” alla stagione: non un cartellone che cala dall’alto, ma una piattaforma che si costruisce insieme alle realtà che la abitano, alle istituzioni culturali, alle scuole, ai centri di formazione e alle comunità.
A Verona vorrei fare lo stesso, favorendo connessioni tra i poli principali — il Teatro Romano, il Teatro Camploy, il Teatro Nuovo — e i luoghi diffusi della città, affinché ogni parte del tessuto urbano possa sentirsi parte della vita culturale. Vorrei anche che la stagione teatrale fosse attraversata da una dimensione internazionale, non intesa come occasionalità, ma come consuetudine. Credo molto nelle coproduzioni, negli scambi di artisti e progetti con altri teatri e festival, nella possibilità di portare a Verona voci e linguaggi che dialoghino con la scena europea contemporanea.
Allo stesso tempo, vorrei che le produzioni nate qui trovassero visibilità all’esterno, in un flusso reciproco che faccia della città un nodo riconoscibile in una rete più ampia. Un altro elemento che mi piacerebbe introdurre è la curiosità del pubblico come motore della programmazione. Penso a strumenti di mediazione leggera — incontri prima e dopo gli spettacoli, percorsi tematici, format di “introduzione alla visione” — che aiutino chi guarda a sentirsi parte del processo, a costruire un proprio lessico teatrale. È così che la stagione diventa un luogo di crescita collettiva e non solo di consumo culturale.
In definitiva, più che portare a Verona format o modelli già sperimentati altrove, mi piacerebbe trasferire un modo di pensare la stagione teatrale come un organismo aperto, relazionale e contemporaneo: capace di connettere le arti, i luoghi e le persone; di mettere in circolo l’energia delle realtà locali con quella delle esperienze internazionali; di fare della città un laboratorio permanente dove tradizione e innovazione convivono, si ascoltano e si rinnovano a vicenda.