L’onore di portare la fiamma olimpica nella propria città.
La fiamma olimpica è passata da Verona in una giornata che resterà nella memoria della città. Tra le vie del centro, davanti a centinaia di persone, Elia Viviani ha portato la torcia dei Giochi Invernali di Milano Cortina 2026, chiudendo idealmente un cerchio che dura da una vita. Un passaggio carico di simboli, reso ancora più potente dal luogo e dal gesto che lo ha preceduto: la sua fiamma si è accesa grazie al passaggio della torcia portata dalla moglie Elena Cecchini, anche lei ciclista, sotto il balcone di Giulietta. Sport, amore e identità si sono intrecciati in pochi metri, trasformando un rituale olimpico in un racconto profondamente personale.
Viviani, nato a Isola della Scala nel 1989, è uno dei volti più rappresentativi dello sport veronese degli ultimi anni. Campione olimpico, mondiale, portabandiera a Tokyo 2020, ha salutato il ciclismo agonistico lo scorso ottobre vincendo l’ultimo oro della sua carriera in Cile, scegliendo di chiudere al top delle sue potenzialità. A pochi mesi dal ritiro, il ruolo di tedoforo a Verona è arrivato come un’ultima, preziosa tessera di un mosaico olimpico già ricchissimo.
Quando hai saputo che saresti stato tedoforo a Verona, qual è stata la prima reazione?
È stato uno di quei ruoli che mi mancavano. Le Olimpiadi del 2006 le ho vissute da bambino, oggi invece è arrivata nel momento giusto. Dopo le tante medaglie alle Olimpiadi e l’onore di essere stato portabandiera, questa era un’altra casellina da riempire. Farlo a Verona, nella mia città, ha reso tutto ancora più emozionante.
Come funziona la scelta dei tedofori? È una decisione improvvisa?
No, in realtà ci si propone mesi prima. Ricevi una mail, spieghi perché vorresti farlo, quali valori dello sport senti di rappresentare. Poi aspetti. Fino a poche settimane prima non c’è nulla di certo. Quando è arrivata la conferma via mail e ho saputo che sarebbe stato a Verona, è stato bellissimo.

Hai detto che tenevi molto a questo ruolo. Perché?
Perché chiude il mio cerchio olimpico. Ho vinto oro, argento e bronzo rispettivamente a Rio, Parigi e Tokyo, ho fatto il portabandiera e ora anche la torcia. Praticamente non mi manca più nulla legato ai Cinque Cerchi (ride, ndr).
Ti sei ritirato da poco, vincendo l’ultimo oro. La bici ti manca?
No, e credo sia proprio perché ho chiuso al top. Ho smesso col sorriso, esultando. È stata una scelta pensata, serena. Vado ancora in bici, ma quando voglio io. Lo sento come un momento solo mio e me lo godo ancora. Diciamo che non ho smesso la mia carriera con la nausea per bici, tutt’altro.
Oggi come vive Elia Viviani il post-carriera?
Sono rimasto nello sport. Vivo a Monaco da anni, lavoro con la Federazione come manager delle nazionali e collaboro con Ducati per lo sviluppo delle biciclette. È un modo per restituire qualcosa e restare nell’ambiente.
C’è un valore dello sport che senti più tuo, oggi più che mai?
Portare la fiamma olimpica significa portare lo sport tra la gente. Vorrei che fosse visto non solo come agonismo, ma come scuola di vita, salute, equilibrio. Lo sport è per tutti, non solo per chi vince. Quello che mi piacerebbe far passare alla gente è che è importantissimo per tutti, dai bambini agli adulti fino agli anziani. A volte ho paura che lo sport sia visto, soprattutto il ciclismo, come solo una fatica. Se non vai forte è meglio smettere… E invece è proprio il contrario, io prendo la bici e vado perché sto bene e mi fa stare bene in tutti i sensi. L’ho capito subito dopo aver smesso perché in questi mesi non mi manca l’agonismo, ma a volte fare qualcosa per il mio benessere fisico e mentale sì.