Classico, cinema, contemporaneo!

di Ilaria Savoia

L’intervista per Il Grande Teatro a Fabrizio Arcuri.

In occasione della 40ª edizione della rassegna Verona Grande Teatro – Magnifiche presenze in scena al Teatro Nuovo dal 27 ottobre 2026 al 21 marzo 2027, abbiamo intervistato il suo direttore artistico Fabrizio Arcuri. Con lui un dialogo su classici e contemporaneo, dove il mondo del teatro si fonde con il cinema regalando rivisitazioni delle opere di Pirandello, Brecht, Shakespeare, Goldoni e molti altri. Grande attesa anche per la rassegna Verona L’altro Teatro, attualmente in lavorazione e pronta a stupirci.

In arrivo la 40ª edizione della rassegna Il Grande Teatro: cosa caratterizza questa stagione e quali sono stati i criteri nella scelta degli spettacoli?

I criteri principali sono due, ho scelto per quanto possibile dei titoli classici, grandi classici del teatro di tutti i tempi. Poi ho scelto degli allestimenti dove degli attori di cinema molto noti, che frequentano normalmente il teatro, mettono in scena questi testi.

Quali temi ritornano, anche indirettamente, nella programmazione di quest’anno?

Diciamo che non c’è un tema di collegamento, c’è un attraversamento di una serie di temi classici fatti con una visione contemporanea. Una dimensione che va dalla tragedia alla commedia senza necessariamente cercare un filo che li collega ma piuttosto offrire una varietà di letture e di visioni. I registi sono quasi tutti giovani, da Leo Muscato con Madre Courage e i suoi figli ad Andrea Baracco con Il berretto a sonagli. Una visione molto giovane e contemporanea di testi estremamente classici: da Brecht a Pirandello, Shakespeare e Goldoni… proprio un viaggio del teatro con uno sguardo di grande personalità del teatro e del cinema. La ricerca di questi otto titoli è stata molto accurata, così che ogni titolo rispettasse questa idea di classico e al contempo di rilettura.

Stefano Massini, Lo Zar (ph Filippo Manzini)

Da Shakespeare a Goldoni, Brecht, Pirandello, Calvino… cosa possono dirci i grandi testi ancora oggi?

Allora è chiaro che i classici contengono tante prospettive e a seconda del momento storico in cui noi viviamo diventano più evidenti. Madre Courage e i suoi figli di Brecht con Lunetta Savino e lo spettacolo La guerra com’è con Elio Germano tratto dai testi di Gino Strada hanno un riferimento diretto alla guerra e alla condizione che stiamo vivendo in questi anni. Poi invece il Riccardo III con la regia Antonio Latella o Le cosmicomiche di Italo Calvino, qui reinterpretate nello spettacolo La cosmicomica vita di Q di Luca Marinelli, e Una delle ultime sere di carnovale di Carlo Goldoni hanno altri aspetti della nostra vita quotidiana contemporanea, una visione più introspettiva e personale.

In occasione di questa rassegna lei ha dichiarato di voler “eliminare le distanze tra opera e spettatore”. Come si traduce questa idea?

Attraverso la scelta degli spettacoli, spettacoli che si consegnano senza la necessità di dover per forza conoscere l’opera precedentemente. Non sono operazioni registiche ed intellettuali, sono delle messe in scena con cui si può avere un approccio diretto senza un’alfabetizzazione teatrale, una cultura legata a quei testi e al teatro in generale. Io credo che nel Novecento ci sia stata una sperimentazione che ha un po’ allontanato lo spettatore medio che non necessariamente aveva la capacità di lettura di un’operazione artistica e questo secondo me non è utile; nella scelta di questi testi c’è la volontà di consegnare un teatro accessibile a tutti.

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