Bryant, il mito raccontato da Buffa

di Andrea Molinari

Al Teatro Nuovo va in scena Otto Infinito.

Il 21 e 22 aprile il Teatro Nuovo di Verona ospita Otto Infinito, lo spettacolo con cui Federico Buffa porta in scena la storia di Kobe Bryant. Non un semplice racconto sportivo, ma il ritratto di un personaggio complesso: talento assoluto, ossessione per il miglioramento e una solitudine che lo ha accompagnato lungo tutta la carriera. In vista delle due date veronesi, Buffa ha ripercorso con noi alcune delle chiavi che lo hanno portato a raccontare la vita del campione dei Los Angeles Lakers sul palcoscenico.

Nel suo spettacolo racconta Kobe Bryant andando oltre il campo. Qual è l’aspetto della sua storia che l’ha colpita di più?

La sua separazione dal mondo in cui è cresciuto. Kobe non ha scelto di vivere in Italia da bambino: è successo perché suo padre giocava qui. Però crescere in Italia lo ha messo in contatto con una cultura completamente diversa da quella americana. Quando torna negli Stati Uniti a 14 anni e viene iscritto alla high school, non capisce nemmeno lo slang dei ragazzi afroamericani che gli parlano. Sorride, ma non comprende cosa gli stiano dicendo. Allora capisce che per emergere deve portarli sul campo, perché lì sa di poter primeggiare.

Quanto conta la solitudine nella cosiddetta Mamba Mentality?

Moltissimo. La solitudine è la sua caratteristica principale. Nello spettacolo chiudo diversi passaggi della sua vita con la stessa idea: è solo. Sempre più solo. A un certo punto diventa “solo contro tutti”. Succede nel momento più difficile della sua carriera, dopo il procedimento penale in Colorado. In quel momento sembra aver perso tutto. Eppure, sua moglie Vanessa resta al suo fianco. Racconta lei stessa che quando Kobe era con la figlia Gianna, quel “maledetto Mamba” restava chiuso nella valigetta. Questo dice molto dell’uomo oltre al campione.

La Mamba Mentality viene spesso raccontata come una filosofia di successo.

È anche questo, ma non solo. Kobe aveva una determinazione quasi ossessiva. C’è un episodio che racconta molto di lui: l’11 settembre 2001 sua moglie lo filma mentre guarda le Torri Gemelle in televisione. È sudato, con la salvietta sulle spalle. Perché? Perché si è svegliato alle quattro del mattino per allenarsi, convinto che da qualche parte ci fosse qualcuno che si stava preparando per batterlo. Questa è la sua mentalità.

Federico Buffa (ph Gabriele Lugli)

Nel titolo dello spettacolo c’è il riferimento simbolico. Se lei dovesse scegliere un numero tra 8 e 24?

Uno è la continuazione dell’altro. Il 24 è semplicemente l’8 moltiplicato per tre, il numero perfetto. Se metti l’otto in orizzontale diventa il simbolo dell’infinito. In fondo la sua storia è proprio questo: qualcosa che continua a restare nello sport anche dopo la fine della carriera.

Si ricorda la prima volta che ha sentito parlare di Kobe Bryant?

Sì, ero a Philadelphia con Mario Ghiacci, allora general manager della Pallacanestro Reggiana. In quell’occasione incontrammo Joe Bryant, il padre di Kobe, e parlarono a lungo di questo ragazzo che stava crescendo a Reggio Emilia. Avevo già sentito il nome, ma lì capii davvero chi fosse.

Se oggi potesse dirgli qualcosa, cosa gli direbbe?

Con personaggi così puoi solo dire grazie. “Thank you for the memories”. Ci sono atleti che riscrivono il canone del loro sport. Diego Maradona lo ha fatto nel calcio, Kobe Bryant nel basket, aggiornando l’eredità di Michael Jordan. Sono figure di cui si parlerà ancora tra cent’anni.

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