Francesco Montanari e Davide Sacco, rispettivamente attore di celebri serie televisive e film e uno dei registi giovani e innovatori del teatro odierno, ci presentano Amleto, il nuovo spettacolo in scena al Teatro Romano il 4 e 5 luglio 2024 che avrà le musiche del cantante Francesco Sarcina.
Per Davide Sacco è un ritorno al Romano, nella passata edizione dell’Estate Teatrale Veronese aveva portato “Napoleone. La morte di Dio”, dove aveva affrontato una delicata tematica come il rapporto con la figura genitoriale. In un fil rouge con lo spettacolo dello scorso anno si torna a mettere in discussione il rapporto con le dinamiche precostituite, con le aspettative e la difficoltà di scegliere ed innovare. Francesco e Davide ci spiegano in che modo Amleto ci immerge in tutto ciò.
Francesco, chi è l’Amleto che interpreti?
Francesco: Il mio Amleto è un uomo solo e impreparato davanti al suo destino. Guidato, scortato e schiacciato dall’ombra del padre.
Quando è ambientato questo adattamento della celebre opera shakespeariana?
Davide: È ambientato in un’epoca di grande ricerca degli spettri, ad inizio Novecento. Il mio è un Amleto freudiano, un uomo energico che si è rinchiuso nel suo castello fatto di rabbia e cattiveria, il luogo del patriarcato. In una certa misura è una rappresentazione di un certo tipo di teatro, cripta dell’umanità.
Qual è il tema dominante?
Davide: Affronteremo il tema dell’eredità dei padri, parleremo del potere e delle dinamiche familiari. Affronteremo gli spettri dell’Europa che aleggiano sugli uomini, al confine tra un mondo nuovo che sta per sorgere e un mondo oscuro che sta per compiersi.
Il fantasma del padre, interpretato da Franco Branciaroli, è una presenza determinante in questo adattamento dell’opera di Shakespeare…
Francesco: Amleto ha un esordio psicotico. Nel momento in cui avverte la presenza del padre – morto già da tempo – si chiede subito se sia pazzo. Questo stato di agitazione emotiva si percepisce nelle scene in cui lui è con altri personaggi, che non vedono il fantasma, mentre lui lo vede e ci parla.
Cosa rappresenta questa presenza?
Francesco: Il sentirsi impotenti davanti alle dinamiche precostituite, ma anche la difficoltà di prendere una decisione autonoma di fronte al peso dell’eredità. Una costante vocina giudicante che dice come ci si dovrebbe comportare.
C’è stato un momento della vostra vita in cui sentite di aver vissuto un conflitto con le figure genitoriali e le dinamiche precostituite?
Francesco: Non c’è dubbio che noi siamo il risultato dell’attaccamento familiare e anche da adulti la voce del giudizio interiore pulsa. Per cui certamente questo conflitto esiste in ognuno di noi. Io cerco molto di indagare me stesso, anche per la professione che faccio che mi spinge ad andare in profondità e quest’opera è sicuramente un tuffo nelle profondità dell’animo.
Davide: In una certa misura questo adattamento di Amleto è un modo di andare contro ad un modo di fare teatro precostituito. Amleto l’ho sempre preso sottogamba e non ne ho mai capito il perché. La scorsa estate mentre lavoravo allo spettacolo su Napoleone ho avuto un’illuminazione: stavo facendo il prequel di Amleto. Così ho capito che avevo rimandato per troppo tempo. Questo testo è rivoluzionario dal punto di vista della filologia shakespeariana, sia per le traduzioni che per la presenza costante del padre.
Dove sta andando il teatro oggi?
Davide: Sicuramente non ha più una funzione medica come in passato. Io credo in una forma di teatro che invada lo spettatore, che gli spari in faccia senza filtri ed intellettualismi, che parli di vita e di relazioni. Soprattutto le nuove generazioni oggi vogliono emozioni, grande onestà e concretezza.