Alla scoperta del Museo Nazionale Archeologico di Verona

di Miriam Cetti

Un viaggio alle origini della storia di Verona.

La città di Verona è indubbiamente famosa per la sua storia, che ci ha lasciato straordinari monumenti ammirati da turisti da tutto il mondo.

Ma prima che Shakespeare ne ambientasse il suo più grande capolavoro, prima della costruzione delle grandi basiliche e dei suoi palazzi scaligeri, e sì ancor prima che si edificasse l’Arena o il Teatro Romano… 

Qual è l’origine della sua civiltà? L’inizio da cui tutto partì?

Per scoprirlo venite con me Alla scoperta del Museo Nazionale Archeologico di Verona!

Inaugurato nel febbraio 2022 è una delle istituzioni culturali più recenti e significative del territorio, un punto di riferimento fondamentale per la conoscenza delle origini della presenza umana nel veronese e, più in generale, nel Nord Italia.

È un museo giovane, ma con radici che affondano in millenni di storia.

La sua missione è raccontare l’esperienza umana nel tempo attraverso un percorso che ricostruisce cosa facevano i nostri antenati, come pensavano, vivevano e percepivano il mondo.

Un viaggio che ci invita a immedesimarci, a riconoscere negli oggetti, nei gesti e nelle scelte di migliaia di anni fa qualcosa di sorprendentemente familiare.

Il percorso espositivo

Il percorso si sviluppa in modo cronologico in più sezioni, accompagnandoci in un viaggio indietro nel tempo nei principali siti preistorici e protostorici locali, grazie ai tanti reperti e materiali, frutto di oltre cent’anni di ricerche archeologiche.

Si parte dall’origine: il Paleolitico, quando il territorio veronese era abitato dai Neanderthal e dai primi Homo sapiens.

Le testimonianze provenienti dalle grotte dei Monti Lessini, tra le più importanti d’Europa, ci introducono un paesaggio profondamente diverso da quello attuale, un mondo fatto di adattamento, sopravvivenza e prime forme di espressione simbolica.

Tra i reperti più suggestivi spicca la celebre figura dello “sciamano” della Grotta di Fumane: dipinta in ocra rossa è una delle raffigurazioni più antiche d’Europa, un’immagine che ci apre alla dimensione spirituale degli uomini preistorici.

Proseguendo, arriviamo nella grande trasformazione del Neolitico: l’uomo che si ferma, coltiva e costruisce. È qui che nascono i primi villaggi, le prime comunità organizzate e un nuovo rapporto con il tempo e lo spazio.

Le sezioni dedicate all’età dei metalli (rame, bronzo e ferro) raccontano poi un’umanità sempre più complessa: tecnologie raffinate, reti di scambio, identità culturali in evoluzione.

Gli oggetti esposti – strumenti, ornamenti, resti di abitati – diventano tracce concrete di un mondo in rapido cambiamento.

Qualche esempio?

 I materiali dalle palafitte, provenienti da siti che nel 2011 sono entrati a far parte del Patrimonio Mondiale dell’Umanità.

Il reperto forse più curioso e allo stesso tempo toccante di tutta la collezione: un piccolo recipiente in terracotta a forma di piedino proveniente dalla necropoli di Desmontà di Veronella, probabilmente un poppatoio, ovvero un biberon dell’età del Bronzo Finale, che ci svela aspetti intimi dell’infanzia non poi così lontani dai nostri.

O, di età del Ferro, la straordinaria tomba del “principe bambino” di Zevio, un bimbo, di circa 5-7 anni, sepolto con un ricco corredo con oggetti tipici dei guerrieri adulti, che testimonia l’importanza del rango sociale già in età infantile.

Ma ciò che rende ancor più interessante il museo è il modo in cui questi contenuti vengono presentati. L’allestimento è ricco di installazioni, ricostruzioni e supporti multimediali per aiutarci a immaginare i contesti di vita, a comprendere i gesti quotidiani, a intuire le scelte e le necessità che hanno guidato l’evoluzione umana.

Un museo che rende il passato della nostra città vivo e accessibile e che continua a crescere: sono, infatti, in corso di completamento le sezioni dedicate all’età romana e all’alto Medioevo, che completeranno così il racconto storico fino alle soglie dell’età contemporanea.

La storia del Palazzo

Il museo è ospitato in uno degli esempi meglio conservati di architettura civile austriaca a Verona, situato accanto alla chiesa di San Tomaso Becket.

L’area era originariamente occupata da un convento dei Carmelitani (XIII-XIV secolo), successivamente soppresso in epoca napoleonica. Durante la dominazione austriaca, tra il 1844 e il 1848, il complesso fu trasformato in carcere dove furono detenuti anche patrioti legati ai moti risorgimentali, tra cui i celebri “Martiri di Belfiore”.

Intorno al 1860 l’edificio venne demolito e ricostruito come carcere asburgico di San Tomaso, struttura che costituisce il nucleo dell’edificio attuale.

Passato infine all’Amministrazione statale italiana, è stato recentemente restaurato e riconvertito in sede museale: un luogo di reclusione e controllo trasformato in uno spazio aperto alla cittadinanza, alla cultura e alla conoscenza.

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