Alfonso Signorini: la mia Bohème, inno alla vita

di Agnese Ceschi

Siamo abituati a vederLa in televisione. Dunque, per tante persone questa veste da regista di un’opera lirica sarà inedita. Quando è nata la Sua passione per l’opera?
La mia passione per l’opera è nata parallelamente a quella per la musica quando studiavo pianoforte al Conservatorio a Milano. Ma la vera “responsabile” di questo amore è stata mia nonna paterna. Lei era molto appassionata e mi parlava sempre di opera e delle grandi cantanti come Maria Callas. Aveva conosciuto mio nonno in un sanatorio quando ci si ammalava di tubercolosi e lì lui le promise che le avrebbe chiesto la mano portandola alla Scala una volta guariti. Così accadde e l’opera divenne una tradizione familiare.

Da giornalista a regista. Quando ha iniziato a curare la regia di un’opera lirica?
La regia è un’avventura recente, di circa otto anni fa. È nata da una telefonata un po’ folle che mi fece il maestro Veronesi e mi chiese di dirigere Turandot. Lo avevo conosciuto a casa del padre Umberto, grande appassionato di lirica, con cui chiacchieravo del mio libro su Maria Callas. Io ho accettato con entusiasmo e anche grande senso di responsabilità.

Lei ha dichiarato che da ragazzo ha amato tanto La Bohème, ci spiega perché?
Quando ero ragazzo compravo le musicassette e con i primi risparmi ne comprai con Maria Callas come eroina pucciniana. Lì nacque la mia conoscenza di Puccini. Della Bohème mi attraeva la spensieratezza dei giovani protagonisti, che io condividevo.

Parlando di giovani, come crede si possano avvicinare le nuove generazioni all’opera?
I teatri italiani non sono frequentati dai giovani. Per avvicinarli credo sia importante lavorare sulla conoscenza. In questi anni ho fatto stage sull’opera ai giovani e ho capito che, nonostante non la conoscano, se ne appassionano molto. Per cui non è una questione di scarsità di passione, ma di mancanza di cultura e conoscenza.

Purtroppo l’opera non attira tanto quanto il Grande Fratello…
Questo per me è un dolore. Alla finale del GF di quattro anni fa ho pensato di proporre un duetto al pianoforte con Guenda Goria. Sono stati cinque minuti di musica pura, ma purtroppo in quel momento lo share è crollato.
Se non posso portare la lirica in televisione, userò la mia esperienza televisiva per curare la regia della Bohème in Arena. Sarà possibile seguire la storia attraverso un impianto scenico su piani diversi: ad esempio la soffitta di Mimì in contemporanea con la casa di Rodolfo.

Cos’ha di contemporaneo quest’opera?
La Bohème è attuale perché l’amore ed i sogni nel cassetto lo sono più che mai.
Non c’è bisogno di rivoluzionarla, perché i temi coinvolgono le vite senza tempo delle persone.

Che effetto le fa l’idea di andare in scena in Arena?
Quando sono stato in Arena qualche settimana fa per il sopralluogo, ho avuto un colpo al cuore. Quel palcoscenico è immenso. Bohème non è Aida, Traviata, Carmen, è un’opera intimista e priva di orpelli. Giocherò sul contrasto tra intimismo e immensità degli spazi.

Quale messaggio dà quest’opera?
La storia è un inno alla vita. Tutto è pervaso di una grande gioia di vivere.

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