Agron Hoti: la superficie e la libertà

di Agnese Ceschi

Conosciamo l’artista che ha dipinto la tela più grande al mondo.

Agron Hoti è un uomo, un artista libero. Di origine albanese, con base a Verona ormai da più di 20 anni, Hoti dipinge tele di dimensioni enormi e lo ha fatto perfino all’interno dell’Arena di Verona durante il lockdown. La sua arte nasce dal cuore e si esprime attraverso il gesto, il movimento, la musica e il silenzio. Nelle sue opere racconta la sua storia, ma anche il suo personale concetto di arte, all’insegna della libertà oltre ogni confine fisico e mentale.

L’arte è nelle sue vene fin da bambino, da quando viveva nel difficile contesto dell’Albania del comunismo?

Io non ho mai fatto altro nella vita, ho sempre fatto questo mestiere fin da bambino. Da quindici anni in su ho fatto mostre importanti con professionisti, anche nel periodo del comunismo, anche se i presupposti per fare l’artista lì erano diversi. Era un’arte molto canalizzata, non potevi fare quello che volevi. Poi è caduto il muro di Berlino e tanti albanesi sono scappati per trovare un futuro migliore. Io sono stato tra questi e così sono approdato ad Atene, in Grecia: per quasi dieci anni, mi sono occupato di icone bizantine, lavorando come restauratore di sculture.

E poi è approdato a Verona…

Sono arrivato nel 2000. Verona è una delle cose belle che mi siano capitate. Ho trovato da una parte una bella città, straripante di arte e di antichità, dall’altra però un muro dal punto di vista artistico, che andava scavalcato. All’inizio non è stato facile: ero un artista straniero che arrivava qua e cominciava a creare. Però a Verona ho trovato la tranquillità. È diventata la mia casa. Oggi sono qui nel 2026 con una bella galleria d’arte (in Corso Cavour, ndr.) inaugurata da Philippe Daverio, ho uno studio d’arte e tanti progetti internazionali.

Lei ha dipinto perfino in Arena nel 2020…

Nel 2020 arriva il lockdown, il buio totale. Io ho cercato, con i miei colori, di risvegliare il mondo, di ricordare che la vita non finiva, dipingendo una tela di 400 metri quadri in Arena, che per me rimarrà sempre nel cuore come l’evento più bello. La vita è lunga, ma non penso di rivivere un’emozione così.

Nel 2024 è tornato a Tirana, dove tutto è cominciato ed ha dipinto Everflow…

Nel 2024 ho fatto un’altra pazzia: ho realizzato l’opera più grande del mondo, 7.600 metri quadri all’interno dello Stadio. A Tirana ho dedicato un’opera a un fiume albanese, l’ultimo fiume in Europa salvato dalle dighe. Per un anno ho realizzato l’opera più grande del mondo grazie anche all’aiuto della mia famiglia, in particolare di mio figlio Lorenc, che mi affianca e supporta ogni giorno.

Il prossimo progetto?

Ora sono davanti a una sfida planetaria. A Dubai realizzerò un’opera lunga 10 chilometri e larga 10 metri, che avrà un significato molto forte: collaborazione, assenza di confini, un messaggio per un mondo che sta vivendo un periodo difficile. L’opera sarà installata nel deserto per sei anni su una struttura in alluminio sollevata da terra di quasi un metro.

Cos’è per lei l’arte?

L’arte per me è la mia aria, il mio respiro. Penso solo a fare cose belle e ad aiutare le persone, condividendo queste mie emozioni. In Albania facevamo fatica anche solo a capire cosa c’era fuori. Quando sono arrivato in Italia ho cominciato ad andare alle mostre e ho scoperto l’arte contemporanea dentro di me. Mi sono buttato sull’astrattismo totale perché ho trovato la superficie e la libertà. Un giorno ho scoperto che tutti mi chiamavano “Pollock”. Non sapevo nemmeno chi fosse! Poi, quando ho avuto il mio primo computer, ho digitato “Jackson Pollock” e ho detto: “Quanto mi assomiglia questo tipo!”.

Cosa vede per il futuro?

Io vivo di arte. Quando finisco un progetto, ne ho già in mente un altro. La mia forza è non conoscere limiti. I veri artisti sono quelli che rompono le regole, non quelli che le seguono.

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